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Disegno di un bambino in spiaggia che, mentre gioca con paletta e secchiello, si gratta a causa della dermatite

PER I NOSTRI FIGLI

di Angela Pittari, pediatra di famiglia

Alle porte di un nuovo anno scolastico, come sempre, si riaffacciano problemi, dubbi, difficoltà, ansie e speranze che, durante le vacanze estive, sono stati volutamente dimenticati, accantonati con il proposito di ripensarci al ritorno. Uno di questi ricorre con una certa frequenza e rischia, se non correttamente affrontato, di produrre effetti negativi sulla crescita dell’autonomia e responsabilità dei nostri figli. I compiti a casa: aiutarli o no? È questo un tasto dolente che assilla migliaia di genitori, spesso incapaci di far fronte alle richieste pressanti dei figli o ai cattivi voti in pagella. Molti non sanno che pesci prendere: aiutarli a fare i compiti a casa, controllare che li facciano, farli al posto loro, passare alle punizioni o appellarsi al loro senso di responsabilità? I genitori mi chiedono spesso quale sia l’atteggiamento più educativo. “Spesso arrivo a casa all’ora di cena e mio figlio non ha ancora fatto i compiti perché, dice, di non essere capace, ma so per certo, che la vera ragione è la non voglia di farli da solo”: questa situazione è tra le più ricorrenti “ trappole affettive” cui bisogna aver il coraggio di sottrarsi, e credo che la soluzione migliore sia quella di lasciarlo andare a scuola senza compito fatto e lasciare che sia l’insegnante a valutare la cosa: una piccola frustrazione lo metterà di fronte alle sue responsabilità fin da piccolo. Solo se il compito è davvero al di là delle sue capacità, si può stimolarlo a trovare una soluzione (consultare il dizionario o un manuale di aritmetica) senza farlo sentire inadeguato e senza farsi coinvolgere troppo. In questo modo il bambino ha l’opportunità di scoprire le sue capacità e il piacere di apprendere cose nuove. “Dopo ore interminabili di pianto e martellamento, mio marito cede e fa i compiti a nostro figlio”. Questo comportamento dei genitori non permette al ragazzo di confrontarsi con i propri errori e la propria negligenza, gli impediscono di sviluppare la propria autonomia e di capire cosa significa lavorare. I compiti sono quindi una piccola prova in cui misurarsi da soli. Questo non esclude a priori che, in particolari situazioni (in prima elementare, nei cambi tra una scuola e l’altra, in caso di effettiva momentanea difficoltà) l’aiuto del genitore sia necessario. Il compito dell’adulto è di pretendere che i figli svolgano il proprio lavoro senza preoccuparsi del voto del giorno dopo, ma guardando ai risultati a medio termine: un’insufficienza non deve essere una tragedia, ma un motivo di riflessione sulla possibilità di migliorare, evitando così di generare un’inutile e dannosa ansia da prestazione. È altresì importante favorire l’autonomia del bambino nella scelta dei tempi per studiare: alcuni preferiscono mettersi all’opera subito dopo pranzo, altri dopo un’oretta di svago (certo non dopo due-tre ore di cartoni alla televisione). Certo è che i compiti non devono sottrarre tempo all’attività ricreativa: negargli il calcio perché “deve fare i compiti” non serve, anzi non gli permette di ottimizzare i tempi e conciliare i compiti e il gioco.

Vademecum per i genitori soprattutto se il rifiuto dei figli di fare i compiti mette a rischio la loro carriera scolastica:

  • Cercare di capire il motivo di questo rifiuto (potrebbe essere un modo per attirare l’attenzione dei genitori, oppure una reazione alla loro eccessiva aspettativa e controllo).
  • Spiegare l’importanza dei compiti e offrire il necessario sostegno affettivo con incoraggiamenti, e apprezzamenti per i risultati raggiunti.
  • Instaurare un dialogo costruttivo con gli insegnanti per monitorare con discrezione l’andamento scolastico dei propri figli e le possibili cause di un disagio.
  • Evitare di essere conniventi con le mancanze dei figli togliendo autorità agli insegnanti facendoli passare per “sadici” che chiedono agli studenti prestazioni superiori alle loro capacità.
  • I compiti vanno fatti bene e sempre, a meno che non sussistano serie ragioni di impossibilità (malattia, visite mediche, lutti e problemi familiari) che non sono certo weekend vacanzieri, partite, allenamenti o feste di compleanno!