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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

“Questa non è una scatola…”, direbbe qualsiasi under-sei strisciandoci dentro come fosse una tana, esplorandola come fosse un castello o una navicella spaziale, indossandola come fosse una maschera di leone oppure cavalcandola indomito come fosse un puledro, ma soprattutto costringendo genitori e dintorni ad affrontare quei grandi stravolgimenti che, sosteneva Magritte, destabilizzano l’abitudine!
Liberati così dalla dittatura di una supposta realtà oggettiva, i piccoli fantasticoni - sempre più sommersi da luccicanti e strabilianti balocchi spesso con funzioni univoche, esplicite, e non di rado dichiaratamente educative - sperimentano il gusto di giocare anche senza giocattoli stabilendo il primato della realtà… immaginifica.

Niente giochi “a senso unico”. Quel grande, poliedrico, inventore di giocattoli che fu Bruno Munari sosteneva, per esempio, che i giocattoli, per quanto diversi, avrebbero dovuto avere una logica comune: mai essere a senso unico e lasciare piuttosto al bambino il ruolo di protagonista, così che lui stesso avesse la possibilità di dare molteplici interpretazioni individuali, di inventare storie e combinazioni sempre diverse, di conoscere attraverso lo stimolo dei sensi e non soltanto dei cinque sensi, bensì anche attraverso il senso termico, il senso del peso, il senso dell’equilibrio… in un mixage di massimi contrasti. “Ci dobbiamo occupare dei bambini e dare loro la possibilità di formarsi una mentalità più elastica, più libera, capace di decisioni”. Per questo dobbiamo prevedere tante forme di gioco, tanti strumenti, strampalati o banali: “non finiti”, proprio perché pensati per essere poi completati, usati, dal bambino, lasciandogli la libertà di giocare e contemporaneamente di creare. In seguito, questa attività ludica, sosteneva ancora Bruno Munari, si sarebbe rivelata fondamentale per affrontare la realtà, per diventare uomini liberi da conformismi e pregiudizi.

In Finlandia una scatola a tutti i neonati. Tali riflessioni ben le conoscono al MUBA – Museo dei Bambini di Milano – dove, negli appositi atelier, scatole e scatoloni grandi e piccoli impegnano i bambini nella possibile reinterpretazione e trasformazione degli scatoloni in giochi sorprendenti non disgiunti dalla sperimentazione tattile, corporea, geometrica, degli spazi e delle superfici da questi occupate.
E cosa dire poi della strabiliante iniziativa del governo finlandese (dai primi di marzo 2017 fatta propria anche dal Comune di Milano) che, dal 1938, dona una scatola di cartone alle future mamme? Una scatola di cartone che contiene il necessario per futuro bebè ma che, dotata di materassino, si appresta persino a diventare il primo letto dove tutti i bambini, di ogni estrazione sociale, gusteranno coccole, ghirigori e pisolini in sicurezza, fra le quattro pareti di cartone.

Uno scatolone al servizio dei sogni. Forme mutanti di oggetti ordinari il cui senso va oltre le caratteristiche funzionali; scatole vuote, scatoloni di cartone fustellati, a onde, scatoloni postali, porta ciliegie o porta piante, scatoloni che si aprono ad ancora altre perlustrazioni e a scoperte silenziose. Perché il luogo abitato da un bambino che gioca è un luogo di confine, un mondo a parte che non ammette facilmente intrusioni.
È il luogo dove il bambino può raccogliere e usare oggetti di uso quotidiano al servizio dei propri sogni. “Che cos’è un tavolo per un bambino di un anno, indipendentemente dagli usi che ne fanno gli adulti?” - scriveva Gianni Rodari in La grammatica della fantasia – “Un tavolo è un tetto… Ci si può accucciare là sotto e sentirsi padroni di casa”. E allora, se non tavolo non è un tavolo, perché mai una scatola dovrebbe essere una scatola?