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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

Anche le giovani femmine di scimpanzé giocano con le bambole! Questo il sorprendente risultato di uno studio durato ben 14 anni e pubblicato sulla rivista Current Biology. Succede cioè che le giovani femmine della comunità del Parco nazionale Kibale, in Uganda, usino dei bastoncini come fossero rudimentali bambole e se ne prendono cura, li portano nel nido, proprio come fanno le madri del loro gruppo nei confronti dei piccoli.

Un allenamento, dunque, quello dei nostri antenati pelosi, ai loro futuri compiti materni nonché un’espressione straordinaria della predisposizione innata al gioco.

Un allenamento anche per bambini e bambine mentre si scambiano il ciuccio con il bambolotto, o passano con affetto una carezza sui capelli di nailon o schioccano un bacio sul volto di gomma cedevole, morbido, beandosi nell’indimenticabile fragranza di talco e di fiori tipica di tanti bambolotti-bebè. Nel bambolotto o nella bambola i piccoli trasferiscono ciò che loro stessi sperimentano, riproducendo il proprio mondo di relazioni e affetti; ed è indispensabile che tutti - maschi e femmine - abbiano una bambola. Sarà così più facile sperimentare, anche per i maschi, i sentimenti di tenerezza e l’attitudine all’accudimento.

La bambola accompagna, consola, accoglie confidenze, rabbie e paure. E’ quel compagno di avventure che, come insegna la Pimpa, segnala la noncuranza dei piccoli di fronte alla differenza tra animato e inanimato, convinti come sono che le bambole (e tutti i giocattoli) provino sentimenti e abbiano una vita segreta.
Con una bambola si può realizzare di tutto: si può giocare alle mamme, alle maestre, alle “bottegaie” e se ne può scrutare curiosi il sesso. Nel tempo si possono portare nel parco, spingere sull’altalena, giocare con loro dentro l’armadio come fosse una nave o una casa, e più modernamente si può addirittura scrivere il proprio blog-bambola.
Testimoni e talismani della fatica di crescere le bambole, qualche volta, maschi e femmine se la mettono pure sotto il golfino e girano, inarcando la schiena, fieri e con la pancia gonfia.

Donald Winnicott affermava, in proposito, come vi sia molto di più in ognuna delle bambola, che non nel fatto di essere un “bambino inanimato”. Dietro una bambola può esserci, infatti, il sogno infantile di poter “fabbricare” un bambino tutto da sé per una sorta di magica partenogenesi. Un bambino lunare e fiabesco; il “bambino della notte” che alimenterà poi fantasie desideri trepidazioni delle future mamme.

Sentinelle della memoria di tante infanzie, le bambole segnano e contrappuntano la storia dell’umanità, i primitivi riti di passaggio da bambina a donna. Bambole ora fatte d’avorio, ora di legno, terracotta, gesso o cartapesta, bambole ora enormi ora microbiche, bambole di paglia. Bambole con una pallina di zucchero al posto del cuore, bambole parlanti o che camminano, che aprono e chiudono gli occhi e mandano baci, o che piangono e persino che nuotano.

Bambole di tutti i tipi ed è difficile per i genitori non lasciarsi fagocitare dalle così dette belle bambole a favore di una bambola veramente bella.

Perché allora non rispolverare, con i propri bambini, la vecchia abitudine di creare con materiali semplici - stoffe, cotone ago e filo - la bambola del cuore? Una bambola un po’ indefinita, che quando il bambino è piccolo sia magari “a sacchetto”, che possa essere immaginata come maschio o come femmina, che possa dormire o ridere o essere arrabbiata secondo i sentimenti del bambino stesso. Una bambola che cresca insieme a lui o a lei, senza che abbia a patire l’abbandono per noia, e che possa avvalersi, via via, dell’aggiunta delle gambe, del cambio di acconciatura e di un guardaroba griffato solo “Fantasia”.

Le bambole aiutano a crescere affermava Maria Montessori, raccomandando ai genitori di non aver paura “a portare fuori il passeggino e la bambola fatta insieme a vostro figlio: è pur sempre un modo per togliere presto il passeggino e farlo camminare!”