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Una bambina seduta sul vasino sorride a un bambino che la guarda sconsolato e che indossa un pannolino puzzolente e tiene in mano un orsacchiotto di pezza

BUONO A SAPERSI


Occhi spalancati, tremito, sudore, frasi sconnesse e senza senso: è così che, agli occhi dei genitori, si presentano i bambini in preda a un attacco di pavor nocturnus. Con questo termine latino (traducibile con terrore notturno) si indica una manifestazione assolutamente innocua e benigna che riguarda circa tre bambini su cento. “La paura – precisa Giovanni Poggi, pediatra del Meyer – non riguarda però i bambini che ne sono colpiti, ma i genitori che, soprattutto la prima volta, rischiano di spaventarsi seriamente davanti allo spettacolo del figlio in preda a un attacco che può essere davvero impressionante”.
Di solito, spiega Poggi, il pavor compare intorno ai due anni e si protrae fino ai sei. Gli attacchi hanno una frequenza variabile, e lo stesso si può dire della durata – da pochi minuti a mezz’ora – ma di solito si verificano nella prima parte della notte, durante il cosiddetto sonno profondo (non-Rem), quello in cui non si sogna. Infatti, il pavor non ha niente a che vedere con gli incubi e non deve essere posto in relazione né con patologie neurologiche, né con il trauma provocato da emozioni negative. Dopo, continua lo specialista, il bambino non ricorda niente. “Il sonno – ricorda Poggi – non è una funzione che abbiamo perfetta dalla nascita e ci vuole del tempo prima che questa si stabilizzi. Il pavor è determinato da una specie di cortocircuito del sistema limbico, quello che governa le reazioni neurovegetative”.
Cosa fare davanti a una crisi? “Il consiglio è quello di non fare niente – sostiene il pediatra – soprattutto bisogna evitare di svegliare il bambino. Meglio non toccarlo né scuoterlo, questo sì che potrebbe spaventarlo, e limitarsi a parlare con voce suadente senza cercare di farlo ragionare. Non importa ciò che si dice, è il tono che aiuta a rilassarsi. Altrettanto utile può essere la musica”. È il caso di somministrare terapie farmacologiche? “No – conclude – il fenomeno è destinato a risolversi da solo. Come per tante altre cose che riguardano i bambini, ci vuole solo un po’ di pazienza”.