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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

I bambini adorano fare i mestieri dei grandi e, complici i giochi di ruolo, si travestono, si immedesimano, inventando persino gli strumenti del mestiere. “Da grande voglio fare”… lo cantava addirittura, nel ’64, un timido GianMarco Gualandi affiancato da Mago Zurlì nello Zecchino d’oro. Di fatto, a seconda dell’età e del “genere”, più o meno hanno spopolato il mestiere di pompiere, maestra, calciatore, ballerina, parrucchiera, dottore, esploratore, inventore ecc…

In questo gioco di tutti e di sempre certo non è difficile scorgere in filigrana il bisogno che ogni bambino ha di configurare una propria identità imitando l’adulto; né possiamo non tener conto degli aspetti simbolici, involontari, che alcuni mestieri ever green ricoprono. Ad esempio il pompiere. Il pompiere è, per definizione, capace di spengere qualsiasi fuoco e quindi, nella mente infantile, anche le ardenti, burrascose, emozioni che i piccoli incontrano mentre stabiliscono relazioni e affetti. Come pure la parrucchiera, così abile a mettere a posto i capelli e, traslando, i pensieri oppure la maestra o il poliziotto abituati a esigere disciplina nonché a punire eventuali ribellioni.

Ma i bambini del terzo millennio ridisegnano la mappa dei loro mestieri più ambiti e, a sorpresa, il cappello bianco da chef batte Indiana Jones! Infatti, sia una ricerca svolta dalla rivista Andersen nelle scuole d’infanzia del genovese, sia un’inchiesta della De Agostini Publishing (impegnata nel ridisegnare la nuova collezione dei Puffi) hanno registrato l’ascesa degli aspiranti chef, tanto che il 22% degli intervistati – da grande – vuole stare ai fornelli.

Certo che a sdoganare grembiuli e pentolini, nel tempo per lo più riservati alle femmine, e a rendere appetibile un mestiere sino a qualche anno fa di sicuro meno ambito di quello del “dottore” o del “calciatore”, ha contribuito una fortissima pressione mediatica punteggiata da food blogger, cooking talent nonché una miriade di show cooking rivolti specificamente ai bambini, destinatari, peraltro, anche di una fiorente editoria dove, fra librini, cartonati e pop up, ogni eroe del quotidiano rivendica le proprie ricette: dal cavolo bollito di Pinocchio, al pudding di Barbie, ai formaggi di Geronimo Stilton sino alle orecchie d’orso trifolate di Robin Hood o le polpettine di Lilli e così via. Senza dimenticare però che l’eroe è sempre un ottimo testimonial per incentivare le vendite: basti ricordare che con l’arrivo dei primi cartoni animati di Braccio di Ferro il consumo degli spinaci in scatola salì alle stelle!

Occhio, quindi, che il naturale, sano, desiderio dei bambini di mettere le mani in pasta, di pasticciare fra pozioni e intrugli con terra acqua foglie, di sorprendersi per l’inaspettata abilità delle proprie mani, non ceda il passo al conformismo e all’omologazione di visioni adultizzate. In altre parole che il primato della fantasia - indispensabile per crescere, conoscere e, perché no, sovvertire la realtà delle cose proprio attraverso l’immaginazione e il giocare – soccomba e si areni di fronte a una gara di supercuochi in erba.

“I bambini e i poeti amano disobbedire” scriveva Jean Cocteau, nel 1963, a prefazione del libro La cuisine est un jeu d’enfants dell’amico chef Michel Oliver, cogliendo con questo l’irriverenza e la inventiva necessarie per approntare un ricettario in grado di integrare fra loro pane amore e fantasia.