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Francesco Aiello


Intervista a Giancarlo La Marca

Si scrive disgenesia reticolare (RD) ma si legge immunodeficienza combinata grave (SCID). E' la forma più grave di SCID dovuta a un difetto di maturazione delle cellule staminali pluripotente da cui derivano linfociti, neutrofili e monociti. La disgenesia reticolare riguarda meno del 2% di tutti i casi di SCID. I bambini che ne sono affetti sopravvivono poche settimane dopo la nascita se non viene subito effettuato il trapianto di midollo osseo.

E’ dovuta a mutazioni del gene AK2 che codifica per l’adenilato chinasi, un enzima mitocondriale che svolge un ruolo determinante nella differenziazione e sopravvivenza delle cellule del sangue. Anche se da anni si è identificato il gene responsabile della malattia, la rarità e la mancanza di modelli cellulari e animali idonei hanno rappresentato ostacoli significativi allo studio e all’identificazione di tutti i meccanismi molecolari e cellulari coinvolti.

Ma ora dai laboratori Meyer arrivano importanti novità. Giancarlo La Marca, responsabile del Laboratorio di screening neonatale del Meyer, ha appena pubblicato, sulla rivista The Journal of Experimental Medicine, uno studio che potrebbe chiarire alcuni dei meccanismi ancora sconosciuti della disgenesia reticolare e aprire nuovi scenari per la cura della malattia.

I ricercatori italiani, in collaborazione con l’Università di Harvard e i National Institutes of Health statunitensi, per le loro ricerche hanno utilizzato un modello di zebrafish (un piccolo pesce tropicale d’acqua dolce molto utilizzato per le sperimentazioni) e cellule staminali derivate da cellule del tessuto connettivo (fibroblasti) di un paziente affetto dalla malattia, così da per poter studiare al meglio gli effetti della scarsità dell’enzima.

I ricercatori del Meyer hanno osservato che questa alterazione è determinante per arrestare il rinnovamento dei linfociti (particolari globuli bianchi fondamentali per il sistema immunitario) a causa di un processo di ossidazione che porta alla morte programmata delle cellule. L’équipe di La Marca ha cercato, allora, di riparare il difetto con un trattamento antiossidanti che ha ben funzionato sia sull’animale sia sul modello di cellula staminale del paziente. “Anche in questo caso abbiamo dimostrato che riequilibrando lo stato ossidativo le cellule staminali sono in grado di riprendere il loro processo di maturazione in maniera ottimale”, spiega La Marca. Puntare sullo sviluppo di antiossidanti ad hoc può rappresentare quindi una nuova strada per la cura e il trattamento dei pazienti affetti da questa grave immunodeficienza.