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Immagine del fegato e del virus dell'epatite

Immagine del robot Neurochirurgico

Grazie alla nuova apparecchiatura acquisita dalla Fondazione Meyer è stato possibile trattare con successo una forma grave di epilessia in una giovane paziente. Il robot stereotassico è solo uno dei gioielli entrati nel piano di innovazione tecnologica del blocco operatorio.

Una nuova vita a 17 anni
La prima paziente a beneficiare delle potenzialità del robot Neuromate Renishaw® è una studentessa liceale operata ai primi di giugno per una displasia corticale focale, una malformazione dello sviluppo corticale cerebrale che costituisce una delle cause più frequenti di epilessia resistente al trattamento farmacologico.
“Questa ragazza vede davanti a sé, per la prima dopo anni, la prospettiva di liberarsi dalle crisi epilettiche, a volte fino a trenta nella stesso giorno nonostante il trattamento con tre farmaci. Una situazione che per la sua intensità e persistenza rischiava di condurre una giovane intelligente a un decadimento psichico, psicologico ed emotivo in cui si combinavano gli esiti della malattia, alcuni effetti negativi delle medicine e, ovviamente, il vissuto individuale.” A descrivere il difficile caso è il neurochirurgo Flavio Giordano che ci tiene a sottolineare: “L’intervento effettuato ci proietta a un livello di eccellenza in un futuro estremamente promettente per la cura dell’epilessia e di altre malattie neurologiche. Ma nello stesso tempo rappresenta il coronamento di una decina d’anni di dedizione professionale e di investimenti aziendali in questo settore di alta specializzazione.”
Già nel 2006 al Meyer si praticava la neurochirurgia per l’epilessia. Nel 2009 sono iniziati gli interventi con casco stereotassico per la stimolazione cerebrale profonda (DBS) per disturbi del movimento come la distonia. Quanto alla StereoElettroncefalografia (SEEG), questi interventi sono cominciati al Meyer nel 2011 con sistemi tuttavia meno versatili di quello inaugurato con l’intervento sulla 17enne.

La tecnica e le prospettive
Qualche dettaglio sull’operazione: “La tecnica consiste nel posizionamento di elettrodi nella profondità del tessuto cerebrale (sette nel caso della paziente trattata), allo scopo di localizzare la zona epilettogena e le aree eloquenti, cioè coinvolte in una specifica funzione cognitiva, come il linguaggio o il movimento, che devono essere preservate nel caso di una asportazione chirurgica. In alcuni casi siamo arrivati a posizionare anche 19 elettrodi di profondità a seconda della estensione e della complessità della zona da esplorare. Le informazioni registrate dagli elettrodi hanno una elevata discriminazione spaziale, decisamente superiore rispetto a un elettroencefalogramma (EEG) di superficie, e garantiscono una maggiore precisione.” Se con il casco stereotassico tradizionale un’operazione di questa portata richiede una giornata intera, il robot riduce quasi ad un terzo i tempi complessivi in sala operatoria. E la durata dell’atto chirurgico passa da 8-10 ore a 2 ore circa. Con un bel vantaggio sotto molti aspetti, in primis il rischio anestesiologico.
A distanza di qualche giorno dal posizionamento degli elettrodi l’équipe ha proceduto alla resezione della displasia secondo le informazioni ottenute dalla registrazione SEEG. Il decorso post operatorio è stato più favorevole e le crisi residue, peraltro attese in fase precoce per effetto delle modificazioni tessutali indotte dalla manipolazione, sono state sporadiche e in progressiva riduzione. E’ ragionevole sperare in una completa guarigione, in linea con il lusinghiero 70% dei pazienti trattati al Meyer liberi da crisi epilettiche (seizure free), un dato superiore a quello di altri centri di riferimento con cui è costantemente attivo lo scambio di esperienze.
Il robot stereotassico è destinato a risolvere casi complessi di epilessia non responsiva ai trattamenti tradizionali, ma anche altre patologie gravi forme neurologiche. Offre il suo contributo per la stimolazione cerebrale profonda e per procedure neuroendoscopiche, biopsie cerebrali. C’è poi la vastità della ricerca clinica, ancora da esplorare. Una delle caratteristiche più interessanti della strumentazione è la possibilità di integrare una molteplicità di informazioni, ottenendo che il braccio del robot sia guidato nella sua traiettoria non solo dal segnale degli elettrodi ma anche dai risultati degli indagini di imaging tradizionali come TC e risonanza magnetica (RMN).

Tecnologia, investimenti e fattore umano
Il robot neurochirurgico è solo uno dei gioielli tecnologici acquisti di recente dalla Fondazione Meyer per offrire ai pazienti del Meyer concrete speranze. Ad esso si affianca un nuovo sistema di neuronavigazione che sostituisce quello presente nel blocco operatoria dalla fine degli anni Novanta.
“Il paragone con il navigatore di un autoveicolo non è azzardato” spiega Giordano “il neurochirurgo fa per così dire la sua strada nel campo operatorio diretto verso mete ben precise del sistema nervoso centrale. Nel procedere fa riferimento allo scenario virtuale ricostruito sulla base di informazioni acquisite con TC o RMN in fase di pianificazione dell’intervento preoperatorie o in tempo reale con ecografie del campo operatorio e visualizzato sul monitor ad alta definizione.” Il navigatore rappresenta un prezioso compagno di viaggio nella chirurgia della colonna vertebrale, e in approcci chirurgici transnasali per interventi sull’ipofisi e sul basicranio anteriore e medio.
L’altra dotazione è rappresentata dal sistema di monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio che registra un gran numero di parametri neurofisiologici, in particolare l’attività delle strutture coinvolte dall’operazione sia a livello cerebrale che del midollo spinale. Quando si interviene in sedi particolarmente eloquenti è infatti necessario avere un immediato riscontro dell’attività e dell’integrità di certe aree, tramite la registrazione dei potenziali evocati, della elettromiografia, delle funzioni radicolari spinali e dei nervi periferici.
Flavio Giordano sottolinea con convinzione la forza del lavoro di squadra. Tante persone e molteplici competenze: i colleghi neurochirurghi Regina Mura, Barbara Spacca e Massimiliano Sanzo del Centro di Eccellenza di Neurochirurgia diretto da Lorenzo Genitori e neurologi Carmen Barba e Federico Melani del Centro di Eccellenza di Neuroscienze diretto da Renzo Guerrini. E ancora gli esperti nell’elaborazione dei dati diagnostici: il radiologo Claudio Defilippi, il neuroradiologo Mario Mascalchi e il coordinatore dei tecnici di radiologia Daniele Di Feo. Una citazione particolare merita Matteo Lenge, l’ingegnere che “fa parlare lo stesso linguaggio” alle varie apparecchiature, riprocessando i risultati di TC e RMN per renderle leggibili dal robot.