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Immagine del fegato e del virus dell'epatite

Immagine rappresentativa del deficit GATA2 - Globuli rossi

Un bambino come tanti, con infezioni ricorrenti in età prescolare e scolare. Ma questa storia clinica apparentemente banale nasconde una malattia genetica rara contro la quale bisogna giocare d’anticipo.

Quando la ricerca è virtuosa
Da pochi giorni il Journal of Allergy and Clinical Immunology ha pubblicato la lettera all’editore Timely follow-up of a GATA2 deficiency patient as predictor of successful treatment che riporta i risultati di uno studio sulla diagnosi precoce e il trattamento più che tempestivo del deficit di GATA2. LO studio è stato coordinato dalla dott.ssa Eleonora Gambineri del Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino “NEUROFARBA”.
La ricercatrice fiorentina, oltre ad esprimere la propria soddisfazione, sottolinea in primo luogo “l’importanza del lavoro di collaborazione internazionale e multidisciplinare, esempio bello e purtroppo piuttosto raro – viste le difficoltà di fare rete tra gruppi di studio – di ricerca traslazionale dal letto al laboratorio (…e ritorno) condotto con il Dipartimento di Oncoematologia e l’Unità di trapianto di Midollo Osseo dell’Ospedale Pediatrico Meyer e il gruppo dell’Institute of Cellular Medicine, Università di Newcastle, Regno Unito.”
Ma andiamo con ordine, perché lo scenario è complesso e l’approccio adottato rivoluzionario.

Cos’è il deficit di GATA2
Cosa hanno in comune infezioni ricorrenti di varia gravità (dalla stomatite alle verruche, passando per otiti e faringiti, fino alle infezioni da Micobatterio), edema delle gambe (nella sua variante denominata linfedema di Emberger) e una riduzione dei globuli bianchi all’esame del sangue? Apparentemente nulla. Ma un pediatra attento può riconoscere nel loro concorrere la presenza di un deficit di GATA2, una proteina fondamentale per la funzione delle cellule ematopoietiche. Allo stato attuale delle conoscenze non sa comunque spiegare – come accade in molte sindromi su base genetica – perché la malattia porti a manifestazioni tanto variabili nello stesso individuo e tra un individuo all’altro.
Va anche detto, a scanso di equivoci, che sintomi così comuni nell’esperienza di qualsiasi madre non vanno ricondotti automaticamente al deficit di GATA2, la cui diagnosi resta di competenza superspecialistica.
“Ci troviamo di fronte a una malattia rara autosomica dominante, dovuta a una mutazione di un gene localizzato sul cromosoma 3. La mutazione – nuova o trasmessa ereditariamente – è presente alla nascita ma dà segno di sé in età pediatrica avanzata o nel giovane.” spiega Gambineri “L’individuazione del gene è recente, del 2012, e si deve proprio al gruppo di Newcastle con cui abbiamo collaborato. La sindrome era già stata descritta in letteratura in qualche centinaio di casi, solo una ventina dei quali pediatrici. Per alcune famiglie è stato ricostruito l’albero genealogico. Se si indaga nei nuclei familiari è evidente la storia di alterazioni midollari (mielodisplasia) e la predisposizione alla leucemia mieloide.”
E qui stanno i problemi, di diagnosi e di gestione terapeutica: la mielodisplasia si individua solo con un prelievo del midollo osseo e non analizzando le cellule bianche mature circolanti; mentre la predisposizione alla leucemia configura un forte rischio ma non una certezza assoluta. Una bella responsabilità in vista della scelta di un trattamento.

Occhio clinico e gioco d’anticipo
Il bambino curato al Meyer ha una serie di caratteristiche che rendono la sua storia peculiare ed esemplare: è il caso più giovane a oggi diagnosticato ed è inquadrabile come una mutazione de novo, dato che nessun consanguineo risulta affetto. Non aveva sofferto di infezioni particolari, a parte una serie di mal di gola e mal d’orecchi che avevano beneficiato dell’intervento di adenoidectomia a 4 anni. Un paio di anni dopo si sono presentati episodi di stomatite aftosa e una suscettibilità alle verruche. Gli esami del sangue mostravano una riduzione dei globuli bianchi, in particolare dei neutrofili. La ricercatrice sintetizza il percorso del piccolo paziente: “Sulla base di questi deboli indizi abbiamo formulato il sospetto diagnostico. Fortemente suggestiva è stata l’assenza di monociti all'emocromo e la forte diminuzione conseguente di cellule dendritiche allo studio più approfondito delle sottopopolazioni di globuli bianchi. Da qui siamo giunti alla diagnosi genetica. A questo punto è iniziata la fase più delicata anche in vista delle scelte terapeutiche. Abbiamo messo in atto un attento monitoraggio dell’evoluzione attraverso esami del sangue di routine e prelievi di campioni del midollo osseo programmati ogni sei mesi.”
Quando nell’aspirato midollare le alterazioni delle cellule emopoietiche che accompagnano la progressione della malattia lasciavano presagire l’insorgenza di una leucemia, è stata scelta la strada del trapianto di cellule staminali emopoietiche dal fratello sano.
“In questo bambino si sommavano diversi elementi – la disponibilità di un donatore compatibile, la storia molto contenuta di episodi infettivi che gli consentiva di presentarsi al trapianto in condizioni fisiche ideali – che ci hanno indirizzato all’intervento. A distanza di 4 anni possiamo finalmente concludere che la decisione, difficile ma ponderata, è stata quella giusta. Al momento non vi sono linee guida precise sul monitoraggio clinico ed ematochimico per i pazienti con deficit di GATA2” conclude Gambineri “il nostro lavoro si propone come riferimento per seguire e trattare il paziente in una situazione clinica stabile. Sosteniamo la necessità di effettuare un follow-up ravvicinato al fine di prevenire la progressione della malattia e consideriamo il trapianto di cellule staminali ematopoietiche la terapia di elezione.”