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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

Che fare o che dire di fronte all’inarrestabile valanga di giocattoli, abitini e altre graziose inutilità, prevista - a giorni - con l’arrivo trionfale di Babbo Natale?

Sebbene, infatti, camerette, soffitte e garage segnalino da tempo il tutto esaurito e inutili risultino persino gli appelli degli assunti pedagogici del momento, quelli danesi - hygge – che asseriscono che si vive felici con poco o nulla, le letterine, tenere e garbate che i bambini scrivono al grande vecchio, continuano a commuovere, sollecitando negli adulti a loro vicini l’istinto del toy’s shopping!

Peraltro è innegabile come i giocattoli contribuiscano a creare quella magia che è l’essenza più profonda del gioco. E ben sappiamo ormai che il giocare di ogni bambino va molto al di là del contenuto rappresentativo del giocattolo stesso, alias “una bambola non è una bambola”, arricchendo l’immaginario e aiutandoci nel guardare gli occhi di un peluche non solo come bottoni!

È bello e naturale da piccoli pensare che i giocattoli abbiano una loro vita segreta. Lo racconta la straordinaria saga Toy’s story, come pure la rivolta dei giocattoli orchestrata da Gianni Rodari nella Freccia Azzurra, oppure lo zio Drosselmeyer, capace di rendere vivo lo Schiaccianoci, o Annabella dalle ciglia lunghe (Jutta Richter) e ancora i serrati dialoghi fra Alberto e il suo Pulcinella nel Racconto di Natale di Carlo Collodi.

Ma c’è di più nei destini incrociati, nei dialoghi muti, fra bambini e giocattoli. C’è l’idea che amando quel millepiedi sdrucito, quella giraffa col collo corto o quella bambola raffreddata, il bambino possa rispondere a una inespressa richiesta d’affetto del giocattolo stesso, nella ferma certezza che anche il “suo” giocattolo sarà capace di fare altrettanto con lui.

A questo punto, leggere o rileggere la storia del piccolo William e del suo coniglietto di velluto (Margery W. Bianco) fa comprendere come non di rado l’amore di un bambino riesca a trasformare il proprio giocattolo, quello preferito, in una creatura vera.

Labili sono i confini tra amici immaginati, immaginari e giocattoli-amici, con cui scegliamo di crescere. Labili e facilmente valicabili. Ma guai a pensare che questa straordinaria agilità nel passare dal reale all’immaginario e viceversa di cui l’infanzia ci fa dono, e di cui essa stessa si nutre, sia sinonimo di infantile leggerezza o, peggio, di superficialità. Nulla - scriverà Sigmund Freud nel 1907 – nulla per un bambino è più serio del gioco ed è giocando che il bambino dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del mondo.

The velveteen rabbit, coi suoi lunghi baffi di setole vere e il corpo paffutello, ammonisce gli adulti. Parla loro della struggente solitudine dei bambini, dell’empatia che si crea fra bambino e giocattolo e soprattutto di come si diventi reali, di come si acquisisca il senso di esistere, solo se si è amati.

Usare parsimonia nell’acquisto dei giocattoli è sicuramente utile al radicamento degli affetti nel cuore dei bambini come pure è importante, senza scivolare nella carità pelosa, aiutarli a fare i conti con la realtà di bambini meno fortunati. E allora perché non mettere a soqquadro le abitudini e coinvolgerli nell’avventura di preparare un bel regalo a Babbo Natale? Uno scatolone pieno di meraviglie: giocattoli mai o poco usati oppure divenuti troppo piccoli per chi è divenuto grande o troppo grandi per chi si sente ancora piccolo.

Ci penserà poi lui a consegnare quel tesoro dove sa che più serve, facendo la felicità dei bambini e dei giocattoli... sì anche dei giocattoli, perché, proprio come scrive Anna Sarfatti, lontano dai bambini i giocattoli non possono stare. Ammutoliscono e perdono qualsiasi desiderio.